Associazione per la promozione e la valorizzazione delle pari opportunità. Per promuovere, sensibilizzare, valorizzare le donne, in tutte le manifestazioni della vita civile e professionale.

Femminicidi: perché la panchina rossa ha ancora un senso

La panchina rossa non è roba di donne o per donne, è roba di tutti. Sta lì a
rappresentare simbolicamente un posto occupato dalle donne che non ci sono
più, portate via dalla violenza di un uomo, perché nessuna venga dimenticata.
Sta lì a testimoniare la presenza nell’assenza. L’ultima donna uccisa mentre
scriviamo è stata Elisa a Cisterna di Latina. Massacrata a martellate dal marito
da cui si stava separando, che ha confessato poche ore dopo l’omicidio. Ma nel
2019 le donne uccise sono già 27, una ogni tre giorni. Una media nazionale
stabile da anni, rileva l’Istat, mentre il numero di omicidi di uomini negli ultimi 25
anni è diminuito drasticamente.
Curioso come i dati della polizia non corrispondano a quelli delle associazioni
che combattono la violenza di genere. Per la polizia, nei primi 9 mesi del 2018 in
Italia sono state uccise 94 donne, ma solo 32 delitti sono stati classificati come
femminicidi, mentre secondo le associazioni sarebbero 82. Tutto dipende da
cosa si intende esattamente per femminicidio. Un delitto compiuto su una donna
in quanto tale o un delitto compiuto su una donna da parte del compagno, padre
o uomo qualsiasi in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o
psicologico? Fatto sta che tra i 23 Paesi dell’Unione europea per i quali si hanno
a disposizione dati recenti, l’Italia ha dietro di sé solo Grecia, Polonia, Paesi
Bassi e Slovenia, Paesi dove ci sono più donne uccise in rapporto alla
popolazione.
Per questo la panchina rossa deve restare in ogni piazza dove è stata installata.
Deve restare lì a mantenere viva la presenza di chi non c’è più, per ricordare a
tutti che ciascuna di quelle vittime, prima che qualcuno ponesse fine alla sua
vita, occupava un posto a scuola, al cinema, sul bus, nella società. Deve restare
perché ancora oggi un femminicidio viene spiegato col “troppo amore”, con la
gelosia, con l’inaccettabilità di una separazione o col rassicurante cliché del
raptus. Deve restare perché uno stupro ha ancora a che fare col com’era
vestita, quanto aveva bevuto e col numero di partner avuti fin lì. Deve restare
perché un traguardo professionale viene ancora attribuito a qualità intime e non
professionali e meriti e competenze vengono giudicati attraverso il parametro di
(presunta) bellezza e (presunta) bruttezza.
Una panchina vuota non colmerà l’assenza di chi non c’è più, ma forse aiuterà
chi è rimasto a gettare piccoli semi di cambiamento, oltre gli stereotipi: gli
insegnanti, educando bambini più empatici; le madri, crescendo figli maschi con
un occhio meno indulgente; i padri, imparando a parlare d’amore.

Barbara Rachetti

 

Una panchina rossa a Monza

Era il 25 novembre 2016 quando è stata inaugurata la prima panchina rossa a Monza. Fortemente voluta dalle tante donne del nostro territorio impegnate a diverso titolo nella battaglia contro la violenza sulle donne, venne realizzata dalla nostra Associazione con il sostegno dell’Amministrazione dell’allora Sindaco Roberto Scanagatti . Fu individuata una panchina di via S. Gerardo, in centro, con l’idea che potesse rappresentare tutti i quartieri della città e diventare un punto di riferimento e di incontro per tutti i cittadini e le cittadine di Monza.

Il Progetto di ArcoDonna ora è di estendere le panchine a tutti i quartieri, collaborando con le consulte nella scelta dei luoghi ritenuti i più opportuni e significativi, affinché  le panchine rosse diventino punto di riferimento per incontri  e iniziative su temi così importanti quali lo stalking, la violenza, il femminicidio. Sono temi che purtroppo ancora occupano quasi quotidianamente le cronache dei giornali e su cui è importante l’impegno di tutti.

 

8 marzo 2018

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