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“Arriva la terza serie di Baby, ma basta conoscere la vicenda reale a cui è ispirata, per decidere se seguirla. La storia vera è brutale, volgare e squallida e alcuni protagonisti sono andati a processo” di Barbara Rachetti da Donna Moderna 15 settembre 2020

La serie Baby arriva alla sua terza stagione su Netflix, e sembra sia l’ultima (così almeno dice il teaser). Ma ci incuriosiscono davvero le vicende di Chiara e Ludovica, le adolescenti in bilico tra orsacchiotti, scollature e prostituzione? In realtà abbiamo visto già tutto: basta arrivare ai primi tre episodi della prima serie per capire lo spirito con cui la storia viene trattata e decidere se ci piace. 

 

La verità è diversa da quella raccontata da Baby

La cosa invece su cui varrebbe la pena porre la nostra attenzione è scoprire che fine (giudiziaria) hanno fatto i reali protagonisti della vicenda a cui la serie è ispirata. Parliamo di 60-70 uomini e di una brutta storia del 2013 mai raccontata o, meglio, raccontata fino a un certo punto. Fino al punto in cui la maggior parte di loro finisce nell’oblio, inseguendo il patteggiamento a tutti i costi pur di assicurarsi l’anonimato.

Di questi uomini, molti assai noti tra avvocati, politici e giornalisti, molti altri perfetti e più prosaici sconosciuti, non sappiamo più nulla. Nel 2014 i giornali e la tv – ve lo ricordate? – si occuparono della vicenda, etichettandola come quella delle “Baby squillo dei Parioli”: ragazzine minorenni dei quartieri alti di Roma che per cercare soldi facili si prostituiscono al pomeriggio e alla sera. Tutto ruota intorno a un ristorante già noto alla polizia per legami con la mafia e a locali notturni dove abbonda la cocaina. Quello che all’inizio per le ragazze è un “lavoretto” si trasforma in poche settimane in un business, con l’intervento di un “amico” e l’affitto di un appartamento in cui prostituirsi in sicurezza. Gli appuntamenti diventano migliaia, qualcosa trapela, una madre a un certo punto denuncia e si scopre la punta di un iceberg: le ragazze sono molte di più, i clienti conoscono la loro età e il giro frutta un sacco di soldi. 

 

La sentenza rivoluzionaria della giudice donna

I giornali cominciano a occuparsi della vicenda, poi l’abbandonano finché si arriva al processo e a una sentenza rivoluzionaria, con cui una giudice donna condanna uno dei clienti non solo a un risarcimento economico, ma anche morale, costringendolo ad acquistare libri e film sull’emancipazione femminile da regalare alla ragazza. Di questa sentenza in Italia si parla poco. Viene ripresa dai media stranieri, mentre da noi cala il silenzio, come sulla sorte dei protagonisti. 

 

La vicenda è volgare, brutale e squallida

Oggi uno spettacolo teatrale squarcia questo silenzio. Si intitola “Tutto quello che volevo” e porta in scena – nei panni della bravissima attrice Cinzia Spanò – la giudice che ha emesso questa sentenza, Paola Di Nicola. E così scopriamo una verità diversa da quella raccontata da Baby: ascoltiamo le reali intercettazioni telefoniche di un dialogo tra una ragazzina e un cliente e ci annichilisce la brutalità della contrattazione, la violenza verbale, la volgarità del personaggio. Ci annienta e inchioda tutto ciò perché comprendiamo che le cose sono andate in un altro modo rispetto alla lettura dei giornali, che poi la serie Babycopia. Fino a oggi, per tutti, e per noi, quelle ragazze sono adolescenti maliziose. E sono state loro a portare quegli uomini in quelle stanze. Sono state loro a scegliere di fare quella vita.

 

I clienti reali sono diversi da quelli di Baby

Ma chiediamoci: davvero ha funzionato così l’ingranaggio? Come può una ragazzina di 14 anni capire cosa realmente cosa le stia succedendo? Quanto conta il contesto, la famiglia, la realtà in cui vive? Lo chiedo a Paola Di Nicola, la giudice che emise la famosa sentenza.

«Era un caso di prostituzione minorile, si trattava di una ragazzina di 14 anni che aveva avuto rapporti sessuali con uomini, uomini clienti di venti, trent’anni più grandi che facevano la fila per avere un posto, un’ora, mezz’ora con quelle ragazzine. I giornali hanno intitolato “Baby squillo”, “Lolite prostitute”, insomma adolescenti adescatrici. Ebbene, questa narrazione è la narrazione che giustifica la violenza, che giustifica la pedofilia perché così si chiama un uomo che va con una ragazzina di 14 anni». Il fatto è che noi gli uomini clienti non li guardiamo, nei processi sono sempre nell’ombra, nei giornali non si vedono, nella serie Babyal massimo sono profumati, potenti, affascinanti. E così succede per i reati di violenza.Si parla solo e soltanto delle donne che ne sono vittime. E tutto questo serve a giustificare. «E allora, quando ho dovuto decidere come risarcire quel reato orrendo che aveva distrutto o rubato l’adolescenza di quella ragazzina, che le aveva rubato la bellezza del rapporto con il genere maschile, ho dovuto decidere, di fronte alla richiesta di 20.000 euro, se quella fosse la forma giusta per restituirle quello e quella dignità che le era stata negata dagli incontri sessuali. Incontri con uomini sudati, sporchi, volgari, brutali. Ho ritenuto da giudice che non fosse il denaro a ripristinare, a risarcire quella ragazzina, ma fossero libri sulla storia delle donne, sul loro pensiero, sulla loro intelligenza, sulla loro capacità e sulla loro ricchezza». Da Virginia Woolf a Emily Dickinson a Anna Frank, ad Hannah Arendt, a Luce Irigaray, a Melania Mazzucco e tante altre. 

 

L’identità di queste ragazzine va ricostruita

«Attraverso questo, ho ritenuto che quella giovanissima, senza nessun maternalismo e paternalismo, dovesse capire e sapere che lei non era stata violata. Perché lei apparteneva a quella storia straordinaria di donne, di quella produzione scientifica, di quella produzione letteraria, di quelle straordinarie battaglie che non risultano nei nostri libri, non ci sono. Non ce le vuole far conoscere nessuno, ma lei era figlia di quella straordinaria produzione millenaria della storia e del pensiero delle donne».

Anche Chiara e Ludovica sono figlie di questo e di questa storia, ma in Baby sono solo, purtroppo e ancora una volta, adolescenti un po’ perverse, sexy Lolite con tanti uomini ai loro piedi e qualche mamma distratta o al massimo depressa laddove nella realtà, ascoltando le registrazioni, spingeva una di queste ragazze a incontrare i clientiUn ultimo, definitivo pugno nello stomaco e un motivo in più per non vedere Baby e andare invece a teatro dove ci aspetta (Covid permettendo) “Tutto quello che volevo”.

Barbara Rachetti

 

Arcodonna ha avuto il piacere di ospitare e intervistare, da parte della nostra socia Barbara Rachetti, la Giudice Paola Di Nicola famosa per la coraggiosa e sorprendente  sentenza sulla vicenda  delle “baby squillo dei Parioli“ e autrice del libro ” La mia parola contro la sua” e di ammirare l’autrice e attrice Cinzia Spanò con la sua lettura scenica tratta da ” Tutto quello che volevo” dedicata alla Giudice e alla sua coraggiosa sentenza (vedasi l’iniziativa del 16 novembre 2019 su questo stesso sito)

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