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medicina di genere

Medicina di genere: un nuovo approccio nella valutazione delle patologie comuni

Sabato 6 ottobre 2018 Polo Istituzionale della Provincia di Monza e della Brianza

L’incontro ha fatto registrare un buon successo di pubblico. Le relatrici, di alto profilo, hanno saputo affrontare questo tema ancora così poco conosciuto tra i non addetti ai lavori, ma così importante per le significative ricadute sulla vita delle donne e degli uomini, combinando chiarezza e semplicità con il rigore scientifico.

Vi propongo alcune riflessioni emerse dalle relazioni che spero possano stimolare il desiderio di approfondire…

In apertura la dott.ssa Maria Antonietta Volonté ha ricordato che cosa dobbiamo intendere per genere:

“Con il concetto di genere – ha detto – ci si riferisce ad una complessa interrelazione e integrazione fra il sesso (inteso come differenza biologica e sessuale dell’organismo) ed il comportamento psicologico e culturale dell’individuo che deriva dalla sua formazione etnica, educativa, sociale e religiosa.”.

La Medicina di genere non è la branca della medicina che si occupa delle malattie delle donne ma di come le differenze di genere influiscono su prevenzione, diagnosi e cura delle malattie che colpiscono entrambi i sessi.

Negli ultimi anni, si è sviluppata inoltre la farmacologia di genere che studia come ci sia una diversa risposta ai farmaci da parte di uomini e donne, perché il modello di riferimento degli studi clinici è stato per anni il corpo maschile (età media 35 anni, peso norma 75 kg circa, origine bianca), sul quale è stato costruito l’identikit della malattia.

Come mai fino al 65 % dei ricoveri per reazioni avverse ai farmaci è costituito da donne?

Lo spiega la dott.ssa Volonté:    «Fino agli inizi degli anni 90 le donne erano escluse dalle sperimentazioni cliniche, tranne per alcune patologie tipicamente femminili. Ancora oggi la percentuale di donne arruolate negli studi clinici di fase II e III difficilmente supera il 30% ed è quasi assente negli studi di fase I.»

E stimola la riflessione la sua sottolineatura delle cause che rendono più difficile arruolare le donne degli uomini. Come spesso infatti accade, alle cause biologiche quali il ciclo ormonale e l’utilizzo della terapia contraccettiva che complicano le valutazioni, si mescolano considerazioni etiche quale il rischio gravidanza, ma anche sociali quali minor tempo disponibile a sottoporsi a ricerche cliniche a causa del doppio lavoro, fuori e dentro casa, minore disponibilità economica per coprire le spese per andare al centro, maggiori costi assicurativi e organizzativi a carico dello «sponsor».

La demenza senile colpisce soprattutto le donne

È stato affrontato il tema delle differenze di genere in alcune malattie neurologiche. In particolare è stata posta l’attenzione sulla demenza senile che colpisce 47.5 milioni di persone nel mondo, 9.9 milioni di nuovi casi ogni anno.

Il numero di persone affette da demenza è destinato a raddoppiare ogni 20 anni (131.5 milioni di persone affette nel 2050). «In tutto il mondo la demenza è un affare soprattutto da donne» dichiara la dott.ssa Volonté in modo un po’ provocatorio. Ma subito capiamo perché. Le donne affette da demenza sono in prevalenza (65-70%); le donne con diagnosi di malattia di Alzheimer presentano un declino cognitivo e funzionale più veloce degli uomini; alle donne con demenza sono prescritti più frequentemente farmaci psicotropi (es. neurolettici) rispetto agli uomini con demenza. Ma anche:

Le persone che si prendono cura del/la malato/a di demenza sono prevalentemente donne (circa i 2/3 dei caregiver di tutto il mondo sono donne; fino ad arrivare al 75-80%); chi svolge attività di cura, quale assistenza domiciliare, assistenza in casa di riposo, ospedale e case di cura, sono in prevalenza donne …»

Accanto a fattori biologici e ormonali, che determinano la maggiore incidenza della demenza sulle donne e che sono stati affrontati nella relazione, mi soffermo a riflettere un momento su alcuni aspetti sociali correlati alla demenza senile.

L’ educazione e l’attività lavorativa, cioè un basso grado di scolarità e l’assenza di una attività lavorativa continuativa, sono associati ad un aumentata incidenza e prevalenza della Malattia di Alzheimer. Come sappiamo ci sono ancora molte parti del mondo in cui le donne hanno un accesso più difficoltoso degli uomini alla scuola e al mondo del lavoro, da cui sono le prime ad essere espulse in caso di crisi.

La relatrice parla di “sfide del futuro” e noi concordiamo con lei.

Si deve garantire un paritario accesso a donne e uomini all’educazione, alla sanità e al lavoro; si devono stimolare le istituzioni affinché promuovano una adeguata informazione nell’ambito della demenza, supportino i/le pazienti e i loro caregiver, favorendo i fattori che promuovono resilienza per adeguarsi al contesto e affrontare il lungo periodo della malattia senza trascurare sé stesse e la propria salute.

Le malattie cardiovascolari prima causa di mortalità per le donne

Anche la dott.ssa Daniela Trabattoni ha scardinato, nel suo intervento, alcune convinzioni molto diffuse che riguardano le patologie cardiache nelle donne. Scopriamo così che le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità per le donne dopo i 50 anni, superando di gran lunga tutte le forme di tumori, incluso il cancro al seno. Il cuore non è solo un problema degli uomini e non è vero che il cuore femminile si difende da solo. Se è vero infatti che durante il periodo fertile della loro vita le donne sono davvero a minor rischio di sviluppare malattie cardiovascolari rispetto all’uomo, questa protezione scompare dopo la menopausa, quando gli ormoni femminili estrogeni vengono meno. Le donne sviluppano malattie cardiovascolari con circa dieci anni di ritardo rispetto agli uomini, ma quando succede avviene in maniera più grave. Lo evidenziano i numeri: il 38% delle donne che ha avuto un infarto perde la vita entro un anno, rispetto al 25% degli uomini.

Una maggior comprensione delle differenze di genere nel cuore è fondamentale per far progredire la capacità della medicina di preservare la salute e di identificare e curare le malattie di cuore in uomini e donne.

Spiega Daniela Trabattoni:  «Un primo aspetto da sottolineare è il fatto che nelle donne i fattori di rischio classici per malattie cardiovascolari, come fumo di sigaretta e obesità, hanno effetti diversi. Basta che una donna fumi un terzo delle sigarette di un uomo per avere lo stesso impatto su cuore e vasi sanguigni. Anche l’obesità non riguarda donne e uomini allo stesso modo: riscontriamo infatti una maggiore incidenza di obesità e di sindrome metabolica nel sesso femminile e questo dato incrementa del 50% il rischio di coronaropatia nella donna».

Ma non è tutto. Ci sono infatti fattori di rischio esclusivamente femminili correlati a un maggiore rischio cardiovascolare. «Parliamo di alcuni problemi ginecologici (come l’ovaio policistico), oppure legati alla gravidanza, (come il diabete mellito gestazionale, i parti pretermine, la poliabortività), ma anche i trattamenti chemio e radioterapici per il tumore del seno, o ancora le malattie infiammatorie, autoimmuni ed endocrinologiche, come ad esempio l’artrite reumatoide, le tireopatie e l’osteoporosi. Si tratta di “spie” che non devono fare paura, al contrario, ci offrono un vantaggio di prevenzione: rivelano che quel cuore ha bisogno di un’attenzione speciale per essere protetto al meglio». 

Come dire che la donna ha fattori di rischio specifici e conoscerli ci permette di giocare d’anticipo.

Il punto di vista dei professionisti delle aziende sanitarie

L’ultima relazione ha infine affrontato il tema da una prospettiva diversa: il punto di vista dei professionisti delle aziende sanitarie, soffermandosi sul rapporto che intercorre tra medici e pazienti. La relatrice, dott.ssa Silvia Lo Piccoli, ha posto alcuni interrogativi.

La medicina è neutra rispetto al genere? Uomini e donne sono diversi per stile comunicativo. Queste differenze giocano un ruolo durante la consultazione medica?

La medicina non è neutra rispetto al genere.

Le donne medico hanno uno stile di comunicazione più emozionale, meno dominante e più orientato sul paziente rispetto agli uomini.

Medici donne e uomini differiscono per la prescrizione di esami di approfondimento, in particolare analisi più intime, come quelle prostatiche o vaginali, sono prescritte meno frequentemente per pazienti di sesso opposto.

Medici donne e uomini danno maggiori informazioni ed applicano uno stile comunicativo più orientato al partner quando vedono una paziente donna.

Il punto di vista dei pazienti

Le pazienti femmine si soffermano più su argomenti psicosociali e danno molte più informazioni

Pazienti donne e uomini mentre comunicano citano il partner più con le donne medico e scambiano con loro informazioni sia psicosociali che mediche

La diade dello stesso sesso (medico maschio con paziente maschio, femmina con femmina) sembra beneficiare maggiormente del tempo di comunicazione medico – paziente

 

In conclusione, viene ribadito che “i professionisti sanitari e le aziende sanitarie non possono esimersi dal considerare che una prospettiva di genere, all’interno dell’erogazione delle cure mediche e dello sviluppo delle politiche sanitarie, migliora la salute non solo delle donne ma anche degli uomini e assicura un miglior utilizzo delle risorse”.

Essendo il tema della medicina di genere ancora poco conosciuto, gli operatori chiedono che vengano organizzati eventi sul tema, che ci sia maggiore formazione, rivolta in particolare agli operatori di ATS, ASST e MMG, possibilmente a gruppi eterogenei, per fare emergere i differenti punti di vista e con il coinvolgimento dei medici di famiglia.

A questo proposito riteniamo sia stato importante l’impegno assunto in apertura di Convegno, dalla Vicepresidente della Provincia MB, nonché Sindaco del Comune di Lissone, Concettina Monguzzi, e dall’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Monza Désiré Chiara Merlini, medico di base. Entrambe, entrando con competenza nel merito del tema, hanno assicurato che porteranno sui tavoli istituzionali l’esigenza di una medicina sempre più personalizzata, che metta al centro non la malattia ma la persona.

Per dirla con Ippocrate:

“È più importante sapere che tipo di persona abbia una malattia piuttosto che sapere che tipo di malattia abbia una persona” (Ippocrate IV Secolo a.c.)

Ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti!

 

Laura Morasso

Presidente Associazione ArcoDonna

 

Le relatrici

Maria Antonietta Volonté Responsabile Unità Parkinson e Disturbi del Movimento – Dipartimento Neurologico, Interfaculty Centre for Gender Study Università Vita e Salute Ospedale S. Raffaele Milano

Daniela Trabattoni Responsabile Unità operativa cardiologica Invasiva 3 Responsabile Women Heart Center             Centro Cardiologico Monzino, IRCCS Milano

Silvia Lo Piccoli Direttore Servizio Medicina preventiva di Comunità – Dipartimento igiene e prevenzione sanitaria Agenzia di Tutela della Salute (ATS) della Brianza

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